domenica 20 novembre 2011

Il grido di Dayamani

Come la festa annuale di Internazionale che si tiene a Ferrara, la rivista indiana Tehelka aveva organizzato la sua festa a Goa. Questa festa si chiama “Think-fest” o “il festival del penisero”. Alcuni amici che erano andati al festival mi avevano detto che è stata un’esperienza indimenticabile.

Qualche anno fa durante un festival letterario a Torino, avevo conosciuto Tarun Tejpal, il fondatore e l’editore iconico di Tehleka. La sua rivista è riconosciuta per i suoi reportage coraggiosi e contro correnti. Oltre a dirigere la rivista, Tarun Tejpal è anche uno scrittore. Tra i suoi libri vorrei segnalare, “La storia dei miei assassini”. Tehleka è stato attaccato più volte dai governi indiani, sia quelli del congresso che quelli del BJP, e dalle grandi industrie, ma nonostante tutto riesce a andare avanti.

Gli interventi del Think-fest di Tahelka si possono guardare al sito della rivista. Se non avete problemi con l’inglese, vi consiglio di vedere questi video. Per esempio, guardate il video di Maajid Nawaz, l’ex-estremista islamico diventato l’anti-estremista. Lui è inglese di origine pakistana. Ho trovato il suo intervento molto interessante.

Invece vi voglio parlare di un altro intervento di questo festival, quello di Dayamani Barla. Dayamani, conosciuta anche come “Dayamani didi” (sorella maggiore Dayamani) è un giornalista di origine indigena e appartiene alla tribù di Munda.

Dayamani Barla, rights of indigenous people in India


Dayamani è cresciuta in mezzo all’emarginazione che i poveri e gli indigeni spesso subiscono in nome del progresso in tutto il mondo. Ha dovuto dormire per terra nella stazione di Ranchi quando era bambina, e ha lavorato come domestica mentre era uno studente, ma nonostante tutto è riuscita a completare il corso di giornalista e ora lavora presso il quotidiano in hindi, Prabhat Khabar, nello stato di Jharkhand in India.

Dayamani sta lottando da diversi anni per i diritti dei gruppi indigeni contro le grandi industrie e contro i politici di Jharkhand. Aveva vinto la causa contro la multi nazionale di acciaio Areclor, proprietà del magnate Mittal, la quale voleva costruire un’impianto per la produzione di acciaio nello stato di Jharkhand. Questa lotta, collegata alle immagini del film Avatar, aveva ricevuto anche molta attenzione internazionale.

Al Think-fest di Tehelka, Dayamani ha parlato in hindi. Penso che l’intervento di Dayamani merita di essere conosciuto molto di più. Per questo motivo ho pensato di tradurre alcuni tratti di questo intervento dall’hindi all’italiano. Invece se potete capire hindi, vi consiglio di non perdere questo suo intervento al sito di Tehelka, perché ascoltare la voce di Dayamani è un’esperienza forte.
"Prima di tutto da parte dei popoli indigeni dello stato di Jharkhand, dell’India e del mondo, vi porto il mio saluto. La società indigena cosa pensa dell’acqua, delle foreste, dei fiumi, delle montagne e dell’ambiente, penso che non solo in India ma in tutto il mondo vi è un grande bisogno di capirlo.
Se voi guardate la storia del mondo, i popoli indigeni hanno sempre scelto di vivere dove vi sono le foreste, i fiumi e le montagne. Per la società indigena, l’acqua che scorre nel fiume, gli uccellini che cantano nel cielo, i raggi del sole, il verde della foresta, tutta l’erba della terra insieme ai fiori e ai frutti, sono tutt’uno con la sua lingua, con la sua cultura, con i suoi valori culturali e sociali, e con la sua storia. La storia del mondo lo dimostra...
Amici miei, la relazione tra il popolo indigeno e la foresta è quella di un figlio con sua madre. L’anno ha 12 mesi e 4 stagioni. In ogni stagione la foresta ci offre frutti, radici, verdure. Nostra lingua, nostra cultura e nostra storia sono intrecciate con la foresta. Per gli altri la foresta è solo un insieme di alberi, la terra è solo un pezzo di terra, l’acqua è qualcosa che si compra in bottiglie, tutto è da vendere e da comprare. Ma non per noi. Per noi l’acqua e la foresta sono i nostri diritti comunitari, sono la nostra eredità e non sono la nostra proprietà. Non li possiamo vendere..
Dayamani Barla, rights of indigenous people in India
Ci dicono che ci ricompenseranno, ci daranno soldi per il fiume, soldi per la terra. Ma chi di voi ha mai venduto la sua madre per i soldi? Noi popoli indigeni diciamo che non esiste un ricompenso che può pagarci il valore della nostra lingua, della nostra cultura, e della nostra storia. Quanto ricompenso mi potrete dare? Potrete pagare il valore dell’acqua pulita? Potrete pagare il valore della storia? Non si può pagare il valore di queste cose.
Ci dicono che senza l’industrializzazione non vi sarà lo sviluppo. Noi chiediamo soltanto lo sviluppo sostenibile, uno sviluppo equilibrato. Da una parte l’agricultura deve sviluppare, dall’altra parte il fiume deve sviluppare, e dall’altra ancora, i valori umani devono sviluppare. Solo se i valori sociali e la nostra storia possono sviluppare allora avremmo lo sviluppo sostenibile. Senza lo sviluppo dell’agricultura e dell’ambiente, non è possibile nessun sviluppo...
India è diventata indipendente 65 anni fa. Subito dopo hanno cominciato a costruire grandi industrie nello nostro stato. Le industrie di SCC, Tata, Bokaro, ecc. Hanno sradicato 10 milioni di persone dalle loro terre per queste industrie, delle quali 80% erano persone indigene. Dove sono andate a finire quelle persone che hanno perso le loro terre? Il governo, la stampa, e gli assistenti sociali, non ti sanno dire, quanti sono e dove sono. Io ve lo posso dire dove sono andate a finire quelle persone e come vivono. Muoiono di stenti. I bambini di quelli che hanno perso le case per costruire gli impianti di Bokaro, SCC, Tata e Birla, muoiono di stenti. Per l’impianto di Bokaro hanno preso la terra di 65 villaggi e quella zona industriale riceve tutta l’acqua, ma quelli che sono stati cacciati via dalle loro terre, muoiono senza acqua, muoiono senza medicine. Non hanno lavoro, non hanno un tetto sulla testa, non hanno da mangiare, i loro figli non vanno a scuola. E’ questo lo sviluppo? Non vi daremmo le nostre terre. Mai più. Vogliamo la giustizia.
Ci chiedete come avremmo lo sviluppo? Venite a vedere le terre dove sono state create le grandi industrie, dove hanno scavato le miniere. Il distretto di Hazaribad, la zona di Bokaro. Centinaia di migliaia di ettari di terra sono diventati sterili. Tutti i nostri fiumi sono inquinati. Il fiume Damodar di Bokaro, una volta la chiamavano Jeevanrekha, la linea della vita, è tutta inquinata. Animali non possono bere la sua acqua, non puoi usare quell’acqua per agricoltura. Così sono morti tutti i nostri fiumi. Ci parlate dello sviluppo. Avete la scienza e la tecnologia, perché non fatte che le nostre terre tornano ad essere fertili? Perché non risuscitate i nostri fiumi. Quello si che sarebbe sviluppo. Quelli che hanno perso le loro terre e che girano nei villaggi come i manovali, quelli che vivono come schiavi per tutte le loro vite, riabilitate loro. Date a loro un tetto per ripararsi, date la scuola ai loro figli affinché possono diventare ingegneri, quello si che sarebbe sviluppo.
Non voglio parlare soltanto di Arcelor e di Mittal. Negli ultimi 10 anni, il governo dello stato di Jharkhand ha firmato 104 accordi con le grandi industrie. Di queste 98 industrie vogliono scavare le miniere e costruire gli impianti di acciaio. Hanno bisogno di scavare ferro dalla terra, hanno bisogno di acqua e di elettricità per funzionare. Soltanto Arcelor vuole 12.000 ettari per l’impianto di acciaio e ha bisogno di altre terre per le sue miniere. Se le 104 industrie si costruiranno nello nostro stato, a nessun agricoltore e a nessun indigeno di Jharkhand resterà un centimetro di terrà da coltivare o di foresta. Non avremmo acqua da bere. Siamo contrari a questo sviluppo.
Questa lotta, non lo facciamo per noi, ma pensiamo alle nostre generazioni future. Dicono che Jharkhand è ricca di risorse minerali. Per questo devono distruggere il tutto il prima possibile? Le generazioni future non avranno bisogno di terra, di foresta e d’acqua? Perché non parlano mai di sviluppo umano?
Tutte le grandi industrie vogliono portare via la terra degli indigeni e non smetterò di lottare contro questo. Mi hanno minacciato che se non smetterò di fare le riunioni nei villaggi per parlare contro le industrie, mi spareranno tanti di quei colpi che nessuno saprà riconoscere il mio corpo. Vi sfido a farlo. Se la morte di una donna può salvare Jharkhand, sono pronta a prendere centomila pallottole nel mio corpo. Resisterò fino al mio ultimo respiro."
Le minacce dei padroni delle miniere non sono vuote. Solo alcuni giorni fa, avevo letto la notizia che hanno ucciso suor Valsa John, una suora che aveva deciso di andare a vivere in mezzo ai gruppi indigeni per lottare contro la costruzione di nuove miniere. La chiesa ufficiale non si è sbilanciata molto per condannare l’uccisione di Sr Valsa perché era vista come una suora contro corrente e scomoda.

Questi stessi meccanismi sono dietro all’espansione del maoismo nelle zone tribali, definiti dal primo ministro indiano come la più grave minaccia alla sicurezza dell’India. Ma se non daranno le risposte alle domande di Dayamani come pensanno di sconfiggere il maoismo?

(Nota: Le immagini di Dayamani sono dal suo blog)

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lunedì 31 ottobre 2011

La collina delle tigri

Mi è piaciuto il libro di Sarita Mandanna, "La collina delle tigri" (editrice Piemme, 2010, titolo originale Tiger Hills, traduzione di Stefano Bortolussi).

Mentre leggevo questo libro, più volte avevo pensato che il libro poteva avere un altro titolo - "Il volo degli aironi", perché in tutti i momenti cruciali del romanzo, vi sono gli aironi nelle vicinanze. Il libro è un susseguirsi di momenti drammatici e di coincidenze struggenti. Con il suo modo di raccontare la storia, il libro mi faceva pensare ad una foresta tropicale e le emozioni forti del mondo di Bollywood.

Tiger hills by Sarita Mandanna

A proposito degli aironi, la scena iniziale del libro dove Muthavva, la mamma della protagonista, sta in una risaia e intorno a lei arrivano gli aironi, mi aveva fatto pensare alla storia del guru Ramakrishna Paramhans e alla sua estasi mistica quando aveva visto una coppia di aironi contro le nuvole grigie in cielo. In diversi momenti del libro, avevo queste sensazioni, di pensare che quella parte della storia poteva essere ispirata da questo o da quello ...

Il libro racconta la storia di un triangolo d'amore tra Devi, Machu e Devanna. Devi somiglia un po' a Scarlett O'Hara - è testarda, egoista e bella, desiderata da tutti, e pensa soltanto a quello che vuole lei. Devanna cresce nella sua casa e l'ama da quando è un bambino ma Devi ama soltanto Machu, un cugino molto più vecchio di Devanna, che è famoso perché aveva ucciso una tigre e che ha giurato di non guardare a nessuna ragazza per 12 anni.

Il libro è scritto in un linguaggio poetico. Per esempio, la scena iniziale degli aironi quando Devi sta per nascere è raccontata così:
Muthuvva non riusciva più a sentire nel vento la voce del cognato che gridava le sue istruzioni ai braccianti assoldati per la semina; le sue parole erano soffocate dal battito regolare delle ali. Gli aironi volteggiarono lenti, sempre più bassi, e alla fine effettuarono un'ultima, decisa virata e atterrarono ai suoi piedi. Circondata da un silenzioso mare bianco, Muthavva continuò a massaggiarsi distrattamente le reni. E a un tratto, senza alcun preavviso, gli aironi si rimisero in volo. Si levarono come a un segnale segreto, tutt'intorno a lei, riversandole adosso una cascata di scintillanti gocce d'acqua cadute dalle punte delle ali e dalle zampe. In quel preciso momento, non un attimo prima né dopo, Muthavva avvertì un fiotto di liquido tiepido sulle cosce. Sua figlia era arrivata.
Il romanzo è ambientato a Coorg, tra la comunità bramina che vive nelle montagne nel sud-ovest del Karnataka, alla fine del '800. Era anche la zona dove si erano stabiliti i coloni inglesi.  Questa società bramina di Coorg è una società feudale patriarcale ed è spiegata realisticamente, mentre gli indigeni Puleya "scuri come il carbone" che vivono a Coorg si intravvedono soltanto tramite il personaggio di Tukra che lavora come domestico nella casa di Devi.

Devi è costretta a sposare Devanna e ma lo odia per averla fatta perdere il suo amore Machu. Devanna consapevole della propria colpa, accetta il suo amore per Machu e accoglie il suo figlio in casa. Vi è una storia parallela dell'amore di Devanna per la botanica e il suo rapporto con il missionario tedesco che vede in lui l'ombra del suo amore perduto in Germania.

Come un altro libro, "La sposa bambina" di Padma Vishwanathan, che avevo letto qualche settimana fa, anche "La collina delle tigri" è una saga, una storia che segue la vita degli suoi protagonisti dalla nascita fino alla vecchiaia. "La sposa bambina" era ambientata nello stato di Tamilnadu, ad est di Coorg, non molto lontano e il mondo dei bramini dei due libri si somigliano.

In qualche modo Devi, la protagonista di "La Collina delle tigri" mi ricordava Thangam, la protagonista di "La sposa bambina". Comunque, a parte una vaga somiglianza per alcuni versi, "La collina delle tigri" è un libro scritto molto meglio, con la costruzione di personaggi più approfondita.

Anche in "La sposa bambina" vi erano molti personaggi ma erano tutti un po' superficiali, e questi personaggi entravano e uscivano dalla storia in continuazione. Invece in "La collina delle tigri" la scrittrice è molto focalizzata per cui i tre personaggi principali, Devi, Devanna e Machu, e alcuni famigliari di Devi sono delineati bene e il romanzo non perde tempo con gli altri personaggi meno importanti.

L'ultima parte del libro del rapporto tra Nanju, il figlio di Devi e Devanna, odiato dalla madre perché le ricorda il suo matrimonio, e Appu, il figlio di Machu, mi ricordavano i due protagonisti maschili del film "Main tulsi tere aangan ki" (Sono la pianta del tuo cortile) di Bollywood, dove una donna decide di crescere il figlio del amante di suo marito in casa sua.

"La collina delle tigri" è un libro piacevole e poetico, anche se è un po' troppo tragico-melodrammatico, un po' come le telenovelle indiane.

martedì 4 ottobre 2011

Gioia e Perplessità : Arundhati a Ferrara

Quando è iniziata la sessione con Arundhati Roy e John Berger, mi sentivo un po' in colpa. Avevo sperato di andare a Ferrara al festival di Internazionale, invece non ero riuscito. Alla fine, avevo dovuto accontentarmi di guardare qualche sessione sull'internet, ma ero rimasto deluso dal fatto che il link per la trasmissione in lingua originale non funzionava.

Volevo vedere l'incontro con Arundhati, ma volevo sentire la sua voce e non la sua traduzione italiana.

Arundhati Roy, Festival of Internazionale, Ferrara, Italy - S. Deepak, 2007

Arundhati costruisce le sue frasi con le parole che sono pure poesie, piene di emozioni e di immagini struggenti. Quando lei parla, sembra che riesce a parlare in questo linguaggio poetico senza sforzo, e sembra incapace di parlare come fa la gente normale.

Poi quando è iniziata la sessione, per fortuna c'era qualche problema con l'audio della traduzione e alla fine hanno deciso di portare due traduttrici sul palco per tradurre Arundhati e John Berger dal vivo. Così ho potuto sentire la voce di Arundhati e poi la sua traduzione.

Per questo mi sentivo un po' in colpa - forse il mio intenso desiderio di sentire la voce di Arundhati aveva fatto guastare l'impianto di traduzione a Ferrara?

Comunque, mentre guardavo questo incontro con Arundhati Roy, sentivo un senso di frustrazione perché avevano mutilato la normale eloquenza di Arundhati. Lei costruisce i suoi discorsi in maniera molto complessa e articolata, un muretto qui, una colonna là, affinché vi è un grande palazzo che presenta diverse sffaccettature del suo argomento. Invece il formato della sessione con le domande e le risposte, e le esigenze di traduzione, richiedevano frequenti interruzioni. Così lei era costretta a presentare i suoi argomenti in piccole dosi, non sempre ben collegati tra di loro e senza mai arrivare alla costruzione del argomento completo.

Ho sperimentato personalmente tante volte le difficoltà di tradurre dal vivo senza poter prendere gli appunti e non in simultanea, per cui posso capire le fatica della persona che traduceva Arundhati. Allo stesso momento mi dispiaceva che non sempre la traduzione rispecchiava quello che Arundhati aveva detto.

In particolare mi aveva irritato la battuta di Marino Sinibaldi sul 2 ottobre e sulla celebrazione dell'anniversario di Mahatma Gandhi in India. Non so cosa aveva risposto Arundhati alla domanda di Sinibaldi, "se il giorno si faceva festa in India?" e in quali termini la traduttrice l'aveva posta a Arundhati, ma Sinibaldi aveva concluso che oramai gli indiani avevano dimenticato Gandhi mentre Sinibaldi continuava a celebrare la giornata per ricordarlo. Sicuramente in India odierna, l'anniversario di Gandhi è un'occasione rituale per i politici per farsi vedere alla sua tomba e per la solita retorica verso "padre della nazione", ma per questo dire che India ha dimenticato Mahatma, è assurdo.

Le mie perplessità

Mentre c'era il piacere di ascoltare Arundhati, non sempre riuscivo a capire come lei poteva sembrare così convinta e così "senza dubbi" nelle sue tesi! Ma davvero lei non ha dubbi dentro di sè, non riesco a crederlo.

Per esempio il suo discorso sul "lightness of the ecological footprint of Kamala, the maoist fighter" (la leggerezza delle orme ecologiche di Kamala, la rivoluzionaria maoista) e la sua ironia sullo stile di vita "gandhiano dei maoisti", non nel senso della non violenza ma nel senso di vivere con poco senza distruggere l'ambiente, mi ha creato perplessità.

Se penso alle persone povere nei villaggi indiani, sono quasi sempre tutte con "le orme ecologiche leggere" come Kamala. Vivere con mezzi semplici e basilari, riciclare tutto, salvaguardare la natura, questo è normale per le persone povere  che crescono negli ambienti rurali in stretto contatto con la natura. E' naturale in vaste parti dell'Asia, come ci ricorda Federico Rampin nel suo libro "Slow Economy" quando parla del "consumo frugale". Cosa c'è di sorprendente se i ribelli maoisti vivono con poco? Penso che se andiamo a guardare come vivono i poliziotti che lottano contro i maoisti, troveremo anche loro "vivono con poco", magari non così ridotto all'osso come i contadini dei villaggi ma con poco più.

Concordo con Arundhati riguardo le enormi lotte che i gruppi indigeni e i poveri contadini devono affrontare contro quelli che vogliono sfruttare le risorse naturali dell'India, nell'indifferenza della sua classe media, sopratutto delle persone che vivono nelle città. La maggior parte della classe media indiana, vede la resistenza contro questi cambiamenti come un "ostacolo allo sviluppo e alla modernizzazione del paese", un po' come molti italiani pensano alle proteste di chi si oppone alla costruzione del tunnel per l'alta velocità.

Ma non concordo quando lei giustifica la violenza dei maoisti "perché non hanno un audience". La lotta armata per cambiare il sistema di governo del paese ispirata dalla rivoluzione culturale di Mao in Cina, è iniziata verso la fine degli anni settanta dello scorso secolo. Ma l'India di oggi, nei distretti e nei villaggi, ha scoperto i telefonini e i blog, e anche quando non vi sono le telecamere, i filmati arrivano su Youtube. I maoisti che controllano migliaia di kilometri di territorio tra gli stati di Madhya Pradesh, Chattisgarh, Jharkhand e Orissa, e lottano contro la polizia con bombe e armi di guerra, non hanno i mezzi come telefonini e i blog, non sembra credibile. E' più probabile che disdegnano i mezzi tecnologici "capitalisti" come strumenti del diavolo che possono corrompere i loro soldati. La polizia è violenta, ma anche i maoisti lo sono e presentarne un'immagine del romantico rivoluzionario, non lo trovo giusto.

Arundhati Roy, Festival of Internazionale, Ferrara, Italy - S. Deepak, 2007

Oltre ai maoisti, vi sono molti altri gruppi che alzano la voce contro quello che succede nelle foreste indiane. Qualche volta hanno successo e altre volte no. Personalmente, io non concordo con la lotta violenta. India continua ad essere una società con fortissime disugaglianze, ma che la via per appianare le disugaglianze passi per violenza mi sembra sbagliato perché penso che alla fine violenza creerà altre società altrettanto ingiuste.

Arundhati aveva criticato quelli che si esprimono contro la violenza dei maosti perché "sono spettatori e parlano dalle comodità della loro casa". Penso che dire "se uno non partecipa alla lotta, sei solo uno spettatore e non hai diritto di esprimere il tuo parere" è altrettanto fascista quanto i fascismi che elencava Arundhati.

Ho trovato strano anche il suo paragone tra i poliziotti indiani e i soldati americani in Iraq. Ho visitato un campo della polizia una volta e posso concordare con Arundhati che hanno un enorme potere nei confronti dei poveri dei villaggi, che stuprano le donne, che sono dei tiranni e sicuramente loro non soffrono di fame e di miseria. Ma penso che nonostante questo sono altri poveri disgraziati. Vivono in condizioni disumane anche loro - tende affollate e misere, vecchie attrezzature, un salario da miseria, senza servizi igienici e senza acqua potabile. Se alcuni giovani scelgono i maoisti, altri scelgono la polizia, entrambi per sopravvivere. Non penso che un soldato americano accetterà di vivere in quelle condizioni.

Non ho dubbi che la presenza militare con delle leggi bavaglio sia non accettabile da nessuna parte, ma ho molte perplessità sulle persone che "lottano per indipendenza" anche dal altro lato. Se alcuni gruppi, quasi esclusivamente maschili, che credono nelle ortodossie religiose, che controllano la popolazione con ferocia e paura, che chiedono l'indipendenza nel nome di instaurare regimi "in regola con quanto dice la nostra religione" - quando queste persone chiedono  la "libertà", come dobbiamo comportarci? Arundhati non sembra avere dei dubbi, ma io li ho.

Il governo di congresso sotto la guida di Sonia Gandhi ha sicuramente molti difetti ma presentarla come un governo monolitico che vuole strangolare la democrazia in India mi è sembrata un'esagerazione. Il governo, bersagliato da continui scandali sulla corruzione, sembra barcollare da una crisi all'altra. Il digiuno di Anna Hazare e di altri suoi colleghi di qualche settimana fa, il ruolo giocato da partiti dell'opposizione e  dai media, si concilia poco con il quadro che dipingeva Arundhati del governo repressivo.

Ho trovato problematico, anche il discorso di Arundhati su quante volte le forze armate indiane sono intervenute dopo l'indipendenza del paese, e gli esempi di Manipur e Hyderabad. Lei parlava dei diversi regni autonomi e la loro integrazione nell'India dopo l'indipendenza dagli inglesi. Ovviamente se guardiamo la costruzione di un paese sotto la lente dei nazionalismi, la possiamo trovare sbagliato. Ma costringere i vari regni a entrare nella repubblica era quello che aveva fatto Garibaldi per l'unità d'Italia, era sbagliato? La lotta dei bolognesi contro il regime pontificio era sbagliato? Possiamo giustificare la libertà della padania perché il partito di Bossi lo chiede?

Come si può vedere, il discorso di Arundhati mi ha lasciato con qualche perplessità. In parte, penso che queste perplessità sono dovute al formato del programma - se lei aveva più tempo per spiegarsi, forse si sarebbe espressa diversamente.

In parte, penso che le mie perplessità sono perché pensiamo diversamente. L'ammiro, mi piace ascoltarla parlare, e mi piace leggerla, ma qualche volta non condivido a pieno i suoi ragionamenti.

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Le foto di Arundhati usate in questo articolo, le avevo scattate al festival di Internazionale a Ferrara nel 2007.

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domenica 2 ottobre 2011

Mondo islamico indiano nella letteratura

Può un racconto o un romanzo raccontare le caratteristiche di tutto un popolo? Forse questa idea somiglia di più agli oroscopi dove si pretende che un paragrafo può spiegare quello che succederà a milioni di persone durante un giorno, una settimana, un mese o in un anno.

Invece noi esseri umani, anche se condividiamo una religione, siamo molto diversi tra di noi e l'idea di rappresentare un gruppo di persone soltanto sulla base della loro religione è sbagliata. Un romanzo è più di un paragrafo, ma è sempre qualcosa di infinitamente piccolo e limitato in confronto a milioni o miliardi di vite umane. Per cui come può un romanzo avere la pretesa di rappresentare tutti i musulmani dell'India o, la maggioranza dei musulmani dell'India?

Non penso che gli scrittori vogliono rappresentare un gruppo o tutto un popolo quando scrivono una storia. Lo scrittore racconta la storia di suoi personaggi. Invece forse siamo noi, i lettori, che cerchiamo di dare altri significati a questi scritti.

Invece penso che i romanzi possono far intuire alcune caratteristiche generali delle popolazioni senza la pretesa di voler raccontare o rappresentare le diversità e le specificità di tutte le persone di un gruppo. Per esempio, penso che i romanzi possono far intuire il modo di essere un musulmano in India (e fino ad un certo punto, non soltanto in India ma in tutto il sub continente indiano) che è forse diverso da come si vive la stessa religione in altre parti del mondo.

Per secoli, la convivenza tra le molte religioni dell'India, e la forte influenza dell'induismo, ha creato dei buchi nelle frontiere tra le diverse religioni. Per cui c'è un'osmosi delle idee e dei modi di essere tra i diversi gruppi su entrambi i lati delle frontiere tra le religioni. Qualche volta queste osmosi aiutano o determinano la nascita di nuovi gruppi religiosi con una cultura religiosa mista. Ritengo che questa convivenza e mescolanza con le altre religioni si vede nei mondi islamici indiani.

Bhagwan Das Morewal, lo scrittore dalit che scrive in lingua indiana (hindi), una volta mi aveva parlato della cultura della regione di Mewat, che non si trova su nessuna mappa ma è una zona linguistica e culturale, intorno a Delhi che copre parti degli stati di Rajasthan e Madhya Pradesh, dove vivono alcuni gruppi musulmani con nomi e alcuni costumi indù. Il suo libro "Kala Pahad" ("Montagna nera", editrice Radhakrishna Prakashan, Delhi, 1999) era ambientato in questo mondo di Mewat.

Forse racconti e romanzi sono il mezzo migliore per parlare di questi mondi linguistici, culturali e religiosi meticci, molto meglio di censimenti o anche studi sociologici e antropologici.

Quali scrittori indiani possono essere i rappresentanti di questi mondi? I primi nomi che mi vengono in mente sono di alcuni scrittori della generazione che scriveva negli anni di divisione tra India e Pakistan. Scrittori come Ismat Chugtai, Manto, e Bhishm Sahni. Loro scrivevano in Hindi o in urdu e non penso che sono stati tradotti in inglese o in altre lingue europee.

Tra gli scrittori apparsi tra 1970-1990, i primi nomi che vengono in mente sono Salman Rushdie e Farrukh Dhondy, anche se entrambi sono formalmente scrittori British. Khushwant Singh è un altro scrittore che ha scritto di questi mondi, guardandoli dal punto di vista dei sikh e degli indù. L'unico nome recente che viene in mente è di Altaf Tyrewala, un giovane scrittore di Mumbai, ha scritto di questi mondi (anche se so che lui non gradisce essere descritto come scrittore dei mondi islamici). Questi autori sono tutti abbastanza conosciuti o addirittura famosi in Europa.

Tuttavia penso che la rappresentazione più "autentica" del mondo delle frontiere tra musulmani e altri gruppi religiosi in India è negli scritti di alcune scrittrici, le quali scrivono in lingue indiane - scrittrici come Amrita Pritam, Mehrunnisa Parvez e Nasira Sharma. La maggior parte di loro non è stato tradotto in inglese o in altre lingue europee e, non è conosciuta fuori dall'India.

Invece scrittori meno bravi sono più conosciuti in occidente forse perché vivono in occidente, scrivono in inglese e sono più facilmente traducibili. O forse perché scrivono secondo gli stereotipi occidentali per cui sono vendibili in Europa.

Per esempio, recentemente ho letto il libro "Tanaya toglie il velo" di Kavita Daswani (Titolo originale "Salaam Paris", Mondadori, 2006). Il libro racconta di una ragazza musulmana di Mumbai che viene a Parigi per incontrare il suo futuro sposo e invece diventa "la prima super modella musulmana del mondo".

Cover Kavita Daswani - Tanaya - Salaam Paris


Si tratta di libro molto superficiale, dove oltre l'incipit costruito per scioccare, "una ragazza musulmana che aveva vissuto con il velo, si presenta quasi nuda sulla passarella", manca una storia autentica. E' la solita storia del mondo della moda, dove la fama e i soldi hanno un prezzo, già raccontata molte volte.

L'ambientazione della storia iniziale di Tanaya in un chaal di Mumbai è piena di buchi a partire dal personaggio di suo nonno, un ex pilota di Air India, che vive in un apartamentino con 2 stanze, che non ha i soldi per telefonare la nipotina in Europa ma che ha un domestico in casa. Ne anche il nome della ragazza, Tanaya, coincide con il mondo musulmano tradizionale di Mumbai. I personaggi sono superficiali e unidimensionali, e leggere il libro dà l'idea che forse la scrittrice ha conosciuto il mondo musulmano in India molto tempo fa e se ne è dimenticata, per inventare qualcosa che appare nelle telenovelle. I nomi dei personaggi, i loro modi di essere e di fare, sembrano strani, non adatti al mondo che vuole costruire.

Può darsi che il libro è riuscito a colpire le persone che non conoscono bene il mondo tradizionale musulmano di Bombay e l'hanno trovato interessante? Mi piacerebbe saperlo.

Una delle mie scrittrici preferite che scrive del mondo musulmano in India odierna e delle frontiere bucate tra le religioni in India, è Nasira Sharma, la quale scrive in hindi. "Zinda Muhavare" (Proverbi viventi) è uno dei libri di Nasira Sharma che mi è piaciuto di più (Editrice Arunodaya, Shahadara, Delhi, 1996). In questo libro, complesso e articolato su diversi livelli, Nasira racconta la storia di una famiglia musulmana dal cuore di India, dallo stato di Uttar Pradesh. E' la storia della famiglia di Rahamatullah.

Il libro inizia dalla divisione dell'India e dalla decisione di Nizam, il figlio più giovane di Rahamatullah di lasciare l'India per andare a costruirsi una nuova vita nel nuovo paese, Pakistan.Invece rimangono in India, gli altri due figli di Rahamatullah, il figlio Imam e la figlia Rajjo. Rimane in India anche la ragazza che doveva essere la sposa di Nizam.

Il libro segue le vite delle due famiglie - la famiglia di Imam che è rimasta in India e la famiglia di Nizam in Pakistan. Il fatto che alcuni musulmani del villaggio hanno scelto di andare via in Pakistan viene visto come un tradimento dagli altri gruppi religiosi e i musulmani rimasti in India devono pagare le conseguenze di questa percezione.

Dopo alcuni anni di fatica in Pakistan, Nizam diventa ricco, mentre nella nuova India indipendente, la famiglia di Imam perde un po' del suo potere che aveva come grande proprietario delle terre. Le ombre dei sospetti verso i musulmani visti come terroristi e simpatizzanti del Pakistan arrivano anche nel villaggio dove vive Imam con vecchio Rahamtullah quando Nizam chiede il visto indiano per visitare la sua famiglia. Alla fine, Nizam non riesce a venire, e gli abitanti indù del villaggio fanno il quadrato intorno alla famiglia musulmana, ma Rahamattulah paga i sospetti della polizia indiana con la propria vita.

In Pakistan, Nizam è un ricco commerciante, ma la situazione generale del paese comincia a peggiorare. I radicali e gli ortodossi islamici hanno sempre più potere e il terrorismo arriva nelle città pakistane. Il figlio più giovane di Nizam sparisce un giorno e nessun sa dove è finito.

Dopo 50 anni, Nizam torna al suo villaggio in India e trova un'India sostanzialmente diversa da quello che immaginava. Lui spera di trovare una moglie musulmana del suo villaggio per il suo figlio maggiore Akhtar, ma Akhtar sa che le ragazze cresciute in India non potranno vivere in Pakistan:
"Come ti è sembrata Nuri, figlio", Sabiha ha chiesto.
"Si va bene, sembra una ragazza seria", Akhtar ha risposto casualmente.
"Allora le mandiamo il messaggio del matrimonio?" Nizam disse.
"No papà, lei non potrà respirare nel nostro paese", Akhtar disse in fretta.
"Cosa vuoi dire?" Nizam era sorpreso.
"Ho paura di tutta questa apertura, tutta questa libertà, questi strati e sotto strati di discussioni. Qui c'è molto che non conosciamo, che non abbiamo mai sperimentato, e faccio fatica a respirare qui!" Akhtar disse con po' di frustrazione."
Queste parole di Akhtar riassumono la differenza tra India e Pakistan. Lui pensa che le donne musulmane cresciute in India sono diverse, sono troppo libere e non rispettano i dettami dell'islam tradizionale.

Alla fine del libro Nizam conosce Gyassudin, il figlio di Imam, il commissario di un distretto con i suo amici indù e si rende conto della diversità tra i due paesi.

Un'altra autrice indiana che ha scritto del mondo musulmano in India è Mehrunissa Parvez. Il suo mondo letterario è quello delle famiglie tradizionali musulmane e le famiglie aadivasi (indigene) nello stato di Madhya Pradesh. Lei focalizza sul ruolo della donna e sui rapporti umani. Mi piace molto il suo libro Akela Palash (Palash solitario - Palash è un albero delle colline rocciose con i fiori rossi).

La tradizione letteraria di scrittori come Nasira Sharma e Mehrunissa Parvez si allaccia con la tradizione medievale indiana di "poeti santi" con personaggi come Mira Bai, Tukaram, Gyaneshwar, Kabir e Rahim. Questi ultimi, Kabir e Rahim, entrambi hanno scritto molte poesie che vanno oltre le religioni, e raccontano un modo di essere tipicamente indiano, dove la religione è soltanto un dettaglio non molto importante della vita comune delle persone.

Molte volte quando si parla di India e Pakistan, si pensa all'India indù e il Pakistan musulmano, ma si dimentica che molti musulmani non avevano scelto il Pakistan, avevano deciso di restare in India, e ancora oggi, vi sono più musulmani in India che in Pakistan.

Conclusioni: Forse in nessun altro paese del mondo, i musulmani hanno convissuto con altre religioni per così tanti secoli come in India e ciò ha creato diverse forme di sincretismo religioso e si sono influenzati reciprocamente. Le storie di questo gruppo di persone, il loro modo di essere sono stati raccontati da diversi scrittori indiani, sconosciuti in occidente.

Per qualche motivo, nei notiziari in Europa, le uniche voci alternative che si sentono sono quelle degli uomini radicali, ortodossi e tradizionalisti che pretendono di essere unici rappresentanti autorevoli delle loro comunità.

Invece penso che queste storie indiane possono essere interessanti perché fanno capire molto meglio la futilità di vedere il mondo suddiviso tra "noi" e "gli altri". Penso inoltre che oggi c'è molto bisogno di capire i le convivenze sinergiche tra le popolazioni, come raccontati nei libri di questi scrittori.

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domenica 25 settembre 2011

Stregato dalle donne di Villa Spada

Oggi ho visitato la Villa Spada per la prima volta e sono rimasto stregato dalla fila delle statue delle donne di terracotta ai bordi del suo giardino all'italiana. Le loro espressioni, i loro vestiti, le loro diverse età e pose, sono meravigliose.

Avevo già visto le famose Marie di Nicolò dell'Arca in centro di Bologna e sono molto belle, ma mi sono piaciute ancora di più le statue di Villa Spada, perché sono all'aperto e sono rimaste esposte agli elementi per circa due secoli, per cui hanno cambiato i colori, alcune sono scrostate, su alcune statue piccole piante crescono sulle loro teste, e tutto questo le rende ancora più belle.

Tornato a casa dalla visita, ho subito cercato informazioni su queste statue sull'internet, ma sembra che non esistono. Che nessun altro le abbia trovato belle, mi sembra impossibile.

Diversi siti parlano dei belli giardini all'italiana che fanno da cornice a queste statue. Qualche sito parla della statua di Ercole che si trova in centro del giardino. Invece nessuno parla di queste statue di terracotta.

E' vero che se guardiamo dal giardino all'italiana, vediamo solo le loro schiene e non ci rendiamo conto che sono così belle. Se andiamo sul terrazzo del tempietto, le statue si vedono ma non si vedono le espressioni sui loro visi. Per vederle bisogna passare sul terrazzo che passa sotto le statue.

Sono rimasto a guardarle per molto tempo, una ad una, e mi sento stregato.

Ecco per voi, alcune immagini di queste statue.


Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

E alla fine, la mia favorita, la donna in cinta. L'espressione sulla sua faccia è bellissima.

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Wonderful Terracotta statues of Villa Spada in Bologna - S. Deepak, 2011

Secondo voi queste statue non sono meravigliose? Magari qualcuno di voi conosce queste statue e il nome dell'artista che le ha fatte?

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Invece per quanto riguarda il museo della Tappezzeria che si trova in Villa Spada, penso che dovrebbero abolire il biglietto di entrata per questo museo. Non penso che riceve molte visite.

Invece forse si può far pagare il biglietto per vedere queste statue?

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domenica 11 settembre 2011

Il mondo dei Tam-Brahms

I Tam-Brahms sono i bramini Tamil, un gruppo considerato chiuso e conservatore. Negli ultimi decenni, è anche uno dei gruppi che si sono affermati come "gli intelligenti indiani" che dominano gli istituti di alta formazione in tutto il mondo, soprattutto in campi tecnologici e le scienze. Il loro incontro e scontro con il resto dell'India e con le altre culture è stato oggetto di diversi film e libri - per esempio il film "Knock knock I am looking to marry" (2004) e il libro Two States (Due stati) di Chetan Bhagat.

I Tam Brahms (diminutivo di Tamil Brahmans ovvero i bramini tamil) è uno dei temi caldi anche sulla blogosfera. Per esempio, se non avete difficoltà con l'inglese, potete leggere - i matrimoni Tam Brahms, come discutere con i tam brahms,  di cosa parlano i tam brahms tra di loro, intervista con un tam brahm, perché le persone odiano i tam brahm, come riconoscere un tam brahm, ecc.

La sposa Bambina di Padma Vishwanathan
"La Sposa Bambina" di Padma Vishwanathan (Garzanti, 2009, traduzione di Giuseppe Maugeri, titolo originale "The toss of a Lemon") è la storia di tre generazioni di una famiglia di bramini tamil che inizia all'inizio del 1900 e segue i mutamenti di questo gruppo sullo sfondo dell'indipendenza dell'India e la lotta delle caste emarginate per la dignità.

La scrittrice Padma Vishwanathan è una Tam-Brahm, anche se nata e cresciuta in Canada e ora vive in America.

Il libro racconta la storia della famiglia di Hanumarathnam e la sua giovanissima sposa, Sivakasi. E' ambientato a Cholapatti nello stato indiano di Tamilnadu, a qualche ora di viaggio dalla capitale statale Chennai.

Verso la fine del libro, Thangajyothi, la nipotina di Sivakasi rivela che è lei la scrittrice del libro e ha voluto così raccontare la storia della sua famiglia. Invece, nelle note finali, Vishwanathan chiarisce che il racconto non è una autobiografia, è una storia inventata anche se è basata sulle storie che lei aveva sentito dalla sua nonna, Dhanam Kochoi.

Hanumarathnam è un giovane prete bramino, conoscitore dei movimenti delle stelle e dei pianeti, e bravo a tracciare gli oroscopi. Quando lui sposa Sivakasi, sa già che non avrà una vita lunga perché il suo destino scritto sulle stelle ha deciso così. Thangam, la loro figlia, ha ereditato il dono del padre di guarire le persone mentre Vairum, il figlio che con le stelle della sua nascita accorcia la vita al padre, è un bambino strano e irrequieto.

Hanumarathnam prepara la moglie ad essere indipendente dopo la sua morte e cerca un giovane uomo che potrà fare da serve fedele alla sua famiglia, e così aiutare la vedova Sivakasi. Alla fine Hanumanrathnam sceglie il giovane Muchami come servo, perché è preciso e ordinato, ma anche perché sembra non essere interessato alle ragazze.

Come predetto dall'oroscopo di suo marito, Sivakasi resta vedova a 20 anni. Deve rasarsi la testa al buio ogni mese e osservare un rigido protocollo di comportamento adatto alle vedove, compreso, evitare ogni contatto con i figli durante il giorno. Viverà tutta la sua vita così chiusa dentro il protocollo della casta con l'aiuto di Muchami.

I due figli di Sivakasi crescono con Muchami e con gli zii che abitano vicino. Come era successo per Sivakasi, a 9 anni i fratelli di Sivakasi cercano lo sposo per Thangam e identificano Goli, un bel ragazzo della loro casta. Vairum, il suo fratello invece sviluppa delle macchie bianche sulla pelle, e cresce come un ragazzo emarginato dalla propria comunità.

Il marito di Thangam si rivela un furfante buono a nulla e Thangam inizia a sfornare i figli, che poi crescono vicino alla nonna Sivakasi. Vairum, non crede agli oroscopi e insiste a sposare una ragazza che pensa di amare. Gli anni passano e le distanze tra Sivakasi e il figlio crescono. I figli di Thangam, nascono, crescono, sposano e muoiono.

Commenti: In circa 700 pagine il libro racconta una storia lunga e dettagliata con una descrizione delle antiche tradizioni dei bramini tamil e come queste tradizioni si scontrano con i mutamenti del tempo, con l'indipendenza dell'India e con la rivolta dei gruppi dravidici contro le tradizioni braminiche. I bramini tamil sembra che non possono continuare a vivere come vivevano in passato, devono cambiare ma non sanno come farlo. Molti di loro perdono le loro ricchezze e sono costretti a vivere da poveri, anche se continuano a sentirsi orgogliosi delle loro antiche tradizioni.

Una volta che ho iniziato a leggere il libro, non riuscivo più a metterlo giù finché non l'ho finito. Avevo un lungo viaggio in treno e il tempo è voltato via. Mi sembrava di essere dentro un soap-opera. Forse ciò dipende dal fatto che il libro è pieno di azione e movimento - a parte Sivakasi e Muchami, tutti gli altri personaggi entrano e escono continuamente.

Dall'altra parte il libro i personaggi del libro rimangono molto superficiali, perché il libro racconta quello che succede e quello che fanno le persone ma non descrive cosa pensano, come ragionano, e quali erano le loro motivazioni. Cosi alla fine del libro, quasi tutti i personaggi del libro restano un mistero. Molti personaggi appaiono per poche pagine e poi spariscono, come tutti i figli di Thangam (tranne Janaki, la madre di Thangajyothi che racconta la storia).

Sembra anche che la scrittrice vuole dare il messaggio che l'astrologia è una scienza esatta. Tutti i personaggi del libro obbediscono quanto scritto nelle loro carte natali. Vairum, il razionale che vuole liberarsi dalle catene delle caste e dalle tradizioni, decide di non accettare la tirannia degli oroscopi ma alla fine viene sconfitto dal suo destino che comunque segue quanto era stato predetto dal suo oroscopo.

Il titolo italiano del libro sembra richiamare lo stereotipo dell'India esotica e non ha le sfumature del titolo originale, "A toss of lemon" (un salto del limone), che fa riferimento all'ansia di Hanumanrathnam di conoscere l'ora esatta della nascita di suoi figli per poter tracciare le loro carte natali - infatti, l'ostetrica tradizionale che assiste Sivakasi ha l'ordine di buttare un limone dalla finestra appena esce fuori la testa del bambino.

Alla fine del libro, restano in mente le antiche tradizioni di una società patriarcale che fino ad un certo punto, ancora oggi governano la vita dei bramini tamil e degli altri gruppi che devono convivere con loro, come una gabbia di ferro dalla quale le vie di uscita sono poche e sbarrate. Resta anche un po' di frustrazione per non aver potuto capire fino in fondo i personaggi del libro.

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sabato 10 settembre 2011

L'inglese e la sua elefantessa

Per circa un anno non riuscivo a leggere i libri. Cominciavo a leggerli, ma difficilmente li finivo. Spesso, leggevo qualche pagina e poi mi addormentavo. Prendevo i libri dalla biblioteca e poi li riportavo in dietro senza averli letti. Dopo un po', per diversi mesi, avevo smesso di andare in biblioteca. Poi, circa un mese fa la voglia di leggere è tornata all'improvviso. E sono tornato in biblioteca per cercare i libri nuovi.


Mark Shand - viaggio in India
"Viaggio in India in groppa al mio elefante" (di Mark Shand, editore Neri Pozza, 2005, traduttore Daniele Morante) racconta la storia di Mark, un inglese, che decide di comprare una elefante e di viaggiare sul suo dorso per circa 1.300 km, dal tempio di Konark in Orissa fino alla fiera annuale degli animali di Sonepur, vicino alla capitale Patna dello stato di Bihar.

Non ci avevo mai pensato a che cosa poteva significare comprarsi un elefante. Non pensavo che si può affezionarsi ad un elefante come si può affezionarsi ad un cane o ad un gatto. Invece Mark racconta il suo amore a prima vista quando vede Toofan Champa, una giovane elefantessa, un po' malata e malnutrita che appartiene ad un gruppo di medicanti che la portano in giro per raccogliere soldi dalle persone che venerano il dio Ganesh. Lui non ha dubbi, subito decide di comprarla e di chiamarla Tara (Stella).

A parte le stranezze legate alla cura di un animale così grande che richiede tonnellate di alimenti ogni giorno, che ha bisogno di fiumi per lavarsi, e le difficoltà di fissare un baldacchino sul dorso del elefante per i passeggeri, le parti più belle del libro sono proprio il rapporto tra l'animale e il suo nuovo proprietario:
"Mi sentivo beato, euforico e tremendamente compiaciuto. Sporgendomi verso il basso, la baciai sulla grande e morbida orecchia e le sussurrai che la amavo. Via via che procedevamo caracollando lungo la strada mi sentivo sempre più sicuro di me. Mi voltai, e con un gesto che mi parve il più spavaldo del mondo, mi tolsi il panama gridando ad Aditya, che mi seguiva a piedi: <<Che te ne pare, amico?>>
<<Ridicolo>>, rispose."
La magia di un viaggio sono le coincidenze strane che possono succedere, cose piccole ma meravigliose che sembrano improbabili ma che accadono. Tra i tanti eventi che racconta Shand nel suo libro, il mio favorito è quel dell'incontro con il postino che ha perso la sua bicicletta nel fiume:
"Sulla riva stava seduto sconsolato un uomo intento ad asciugare un pacco di lettere grondanti d'acqua. Ci raccontò che mentre tentava di guadare era stato travolto dalla corrente e che la sua bicicletta era rimasta impigliata in un groviglio di rami in mezzo alle acque vorticose. Bhim e Tara si inoltrarono a guado nel fiume. Guidata dai bruschi comandi di uutha, uutha!, Tara immerse la proboscide e districò la bicicletta dall'intrico di rami tirandola su come se fosse una piuma e depositandola delicatamente di fronte all'incredulo portalettere."
Mentre lo leggevo, mi immaginavo nei panni del povero postino di campagna, spaventato dalla furia del fiume, felice per non essersi annegato ma oramai senza speranza di riuscire ad avere la sua bicicletta, e il racconto aveva qualcosa di magico. Non tutti i giorni puoi imbatterti in un inglese con il suo elefante in giro per le sperdute pianure dell'entroterra indiano, che può tirare fuori la tua bicicletta dal fiume.

Se cercate una lettura di viaggio piacevole senza grosse pretese, questo libro è per voi.

Mentre lo leggevo pensavo al mio sogno, quello di vestirmi da un sadhu con i vestiti arancioni della rinuncia, e partire per un viaggio senza soldi, vestiti, occhiali, cellulare o altro, di camminare scalzo da un villaggio ad altro chiedendo carità. Riuscirò a sopravvivere per un mese così? Sono decenni che covo questo sogno, ma forse oramai è troppo tardi per realizzarlo. Anche se posso mettermi il dhoti arancione di un sadhu, non avrò i capelli lunghi e fusi e la gente se ne accorgerà che non sono vero sadhu. Poi con la mia pancia, penso che farò un sadhu troppo ben nutrito e poco credibile come uno che vive sulla carità. Alla fine, non so i miei piedi reggeranno a camminare scalzi, forse in giro di 2 giorni, sarò costretto a rinunciare al mio viaggio.

Ma mi piace sognare questo viaggio, di voler sperimentare la sensazione di non avere niente se non me stesso, di dormire per terra, di mangiare solo se qualcuno avrà pietà di me, di incontrare persone semplici! Ogni volta che leggo un libro di viaggio, ripenso al mio sogno.

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venerdì 9 settembre 2011

Dieci anni dopo

Quel giorno dovevo partire per Libano, ma pensavo a mia mamma. Quella mattina anche lei era in viaggio. Stava andando a Washington e durante la notte doveva aver cambiato il volo a Londra. Avevo pensato di farla venire a Bologna per qualche giorno, ma  l'ambasciata italiana a Delhi non l'aveva rilasciato il visto. Era uscita una nuova legge e bisognava fare una fidejussione presso una banca per farla avere il visto e le procedure per fare la fidejussione erano un po' complicate.

Quando avevo capito che lei non poteva venire, avevo accettato la proposta di partecipare alla riunione in Libano. Avevo il volo della linea austriaca per Vienna e poi da Vienna dovevo andare a Beirut. Ma quella mattina, l'aereo per Vienna aveva dei problemi e alla fine avevano cancellato il volo. La linea aerea mi aveva proposto un altro giro - andare a Milano Malpensa e poi prendere il volo per Beirut quella stessa sera.

Ero a Malpensa quando erano arrivate le notizie degli attacchi terroristici a New York. Ero ipnotizzato davanti agli teleschermi dell'aeroporto. Poco dopo avevano annunciato che il volo per Beirut era stato cancellato e quella sera, dopo tutto il giorno passato negli aeroporti, ero tornato a Bologna. Soltanto allora avevo saputo che vi erano state degli attacchi anche a Washington e che il volo sul quale viaggiava mia mamma non aveva potuto atterrare e non sapevamo dove era finito.

Dieci anni dopo, quando penso a quelle tremende immagini delle due torri, penso anche alla ansia di quelli giorni per cercare di capire cosa era successo a mia mamma e dove era finita. Parlava poco l'inglese e non aveva molti soldi con se. Dopo avevamo scoperto che aveva passato qualche giorno in un campo in Canada allestito dalla croce rossa e poi, era stata rimandata a Londra, dove era rimasta in aeroporto di Heathrow per alcuni giorni, prima di riprendere il suo viaggio per l'America.

Non parlava di quei giorni, diceva che era confusa e che non si ricordava molto. Proprio in quei giorni avevamo cominciato a sospettare che lei aveva alzheimer. Forse lo stress di quei giorni aveva fatto precipitare la sua situazione.

Oramai lei non c'è più, è morta nel 2010. Nonostante le paure di quel viaggio del settembre 2001, aveva continuato a viaggiare. Era tornata in America altre due volte per stare con mia sorella. Invece aveva rifiutato di venire a trovarmi a Bologna.

"Mi trattano male nella tua ambasciata, mi fanno sentire come una persona non gradita, e non voglio tornare da loro", mi aveva detto.

Si avvicina l'anniversario dell'11 settembre. In un racconto uscito sul giornale inglese Guardian, la scrittrice di origine pakistana, Kamila Shamsie, racconta del anniversario dell'11 settembre vissuto nella redazione di una rivisita di Karachi, dove lavora Ayla, tornata dall'America in Pakistan:
What would they say if she told them, Ayla wondered? She looked across the office at the bumper sticker pasted on the wall under Saba's print out: America had 9/11; England had 7/7; India had 26/11; Pakistan has 24/7. They were all to-the-marrow Karachiwallas, steeped in a bitter "survivor humour" which had been refined through decades of violence. The men who strapped bombs to their chests in the name of God were just the newest form of attackers, not even the deadliest. Would she be able to puncture her colleagues' grotesque oneupmanship?
Le memorie sono così. I nostri piccoli e grandi ricordi personali mescolati agli eventi che segnano la storia.

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giovedì 25 agosto 2011

Zachar Prilepin - poesia e desolazione della guerra

E' bello scoprire ogni tanto qualche nuovo scrittore che mi piace. Era successo così con Yiyun Li, anche se poi il suo secondo libro "I girovaghi", non mi aveva convinto (dopo 6 mesi devo ancora finire di leggerlo).

Comunque, ho trovato un altro scrittore che non conoscevo e che mi è piaciuto - si tratta di Zachar Prilepin, un giovane scrittore russo. Ho letto il suo libro Patologie (2011, Voland Roma, titolo originale "Patologii").

Zachar Prilepin

All'inizio quando ho preso il libro in mano, non ero sicuro se lo volevo leggere. Zachar è un veterano della guerra in Cecenia e il libro parla di un gruppo di giovani militari russi che vanno in Grosnyj (Cecenia) per una missione di 45 giorni.

Avevo subito pensato che leggere un libro scritto da un ex-soldato russo sulla guerra in Cecenia, sarebbe come leggere un libro scritto da un soldato israeliano sui bombardamenti di Gaza, e non ero sicuro se ero interessato a scoprire cosa pensano i soldati di una forza di occupazione. Dall'altra parte, penso di sapere qualcosa sulla storia del conflitto israeliano-palestinese, ma non ho una chiara idea dei motivi del conflitto tra i russi e i ceceni.

Le storie dei soldati sono storie di un mondo a parte - quello degli uomini senza le donne costretti a vivere in situazioni di intimità, con l'angoscia della de-umanizzazione della guerra. Non ero sicuro se volevo entrare in questo mondo.

Poi, nonostante un vago senso di disagio, o forse, proprio per questo senso di disagio, ho deciso di leggere il libro.

Zachar Prilepin è bravo a costruire il mondo del suo romanzo. Ergo, il suo eroe viene da una piccola cittadina russa, Svajatoj Spas, dove ha la sua ragazza, Dasa, della quale è molto geloso.

Il romanzo parla di guerra e di morte, per cui ha un linguaggio brutale e crudo, ma ogni tanto, vi sono brevi scene piene di poesia quando Ergo pensa alla sua tormentata storia d'amore. Per esempio, guardate questo passaggio:
Umido e iridescente, come disegnato nell'aria ad acquerello, compariva l'odore dell'estate, di fantomatiche betulle notturne, di piogge brevi come la riparazione istantanea di un calzolaio, di dolcezza. Poi, denso e pigro, affiorava l'odore dell'autunno, come disegnato con colori a olio, odore di alberi di navi di pino e tremolo incatramati, di mestizia. Bianco, gelido, smorto, disegnato come a pastello, l'odore dell'autunno era rimpiazzato dal sapore dell'inverno. I sogni si avveravano. Ci svegliava la sensazione di fame che si inerpicava come un ragno freddo sulla sommità di tutti i sogni, mettendo in fuga quel calore insopportabilmente dolce, spariva senza traccia quel beato torpore e quella tanto felice e fiduciosa cecità. ...
Dasa chiudeva svelta gli occhi, ma le pupille non riuscivano più a vivere dell'indifferente vita notturna e si animavano di nuovo. A quel modo balzerebbero da una macchia di lappole e ortiche due caprette, capendo che è arrivato il padrone.

Mi piace molto l'immagine delle caprette evocato da Zachar quando parla degli occhi della ragazza.

Il romanzo racconta la crudeltà della guerra, e in questo senso, alla fine non si discosta da altri romanzi del genere - i militari russi che ammazzano i ragazzi ceceni per non lasciare vivi i testimoni scomodi, i ragazzi cercano di anestetizzarsi con alcol, le mine anti uomo che scoppiano e all'improvviso uccidono i compagni, i ceceni che quando possono, sono altrettanto feroci nella loro violenza, ecc.

Alla fine del libro i pochi superstiti tornano in Russia alla fine dei 45 giorni, ma sono cambiati per sempre e porteranno le cicatrici dell'esperienza dentro di sé.

Comunque, è il linguaggio dell'autore che alla fine del libro, è rimasto con me:
La pallottola lo centra in mezzo agli occhi. Sul ceffo di Infame che era lì accanto, è come se avessero scrollato un pennello da imbianchino umido: il viso è coperto da schizzi di cavità oculare frantumata.
-Pffu che cazzo! - impreca Infame e si pulisce con la manica. Si guarda la manica con schifo e si mette a strofinarla con l'altra manica.
Sanja Stornello si gira e vomita le alici non ancora digerite.
Andiamo via.
Infame si dà da fare attorno alla vettura. Mi volto e lo vedo innaffiare di benzina i ceceni uccisi con una tanica trovata nel camion.

Alla fine del libro, non non ho capito niente su perché i russi ammazzano i ceceni, ma spiegare il perché del conflitto non era obiettivo dell'autore.

Alla fine del libro, è molto interessante la spiegazione di Enzo Striano, il traduttore del romanzo, riguardo le difficoltà di tradurre il gergo dei militari russi e le parole dei diversi dialetti russi.

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venerdì 19 agosto 2011

La chiamata di Anna

Erano forse le 10,30 del 16 agosto quando mi ha chiamato Dhruv, uno dei dottorandi indiani presso l'università di Bologna, era molto agitato, "Hanno messo in prigione Anna!"

"Vogliamo esprimere il nostro dissenso contro queste misure del governo indiano", verso pomeriggio un gruppo di studenti indiani a Bologna mi ha contattato di nuovo per chiedere informazioni, "dobbiamo chiedere autorizzazione alla polizia?"

Non avevo mai organizzato una manifestazione di protesta e non sapevo se anche per riunire pacificamente con dei cartelli in Piazza Maggiore, bisogna avere il permesso della questura?

"Perché non facciamo un comunicato stampa per esprimere nostro dissenso?" era la mia idea.

A Nuova Delhi, il 16 sera 20.000 persone hanno marciato con le candele mentre cantavano "Vande Mataram" (Salute alla madre patria). Ma tante altre città grandi e piccole, in India e all'estero, hanno visto gruppi di indiani radunati in piazze per esprimere solidarietà a Anna Hazare e al suo movimento.

Fino a stamattina, quando Anna è uscito dalla prigione, per quasi tre giorni milioni di indiani sono rimasti incollati alle televisioni e alle radio per sentire quello che stava succedendo nel paese. Fino ad alcuni mesi fa pochi conoscevano chi era Anna Hazare e oggi, migliaia di persone l'aspettavano fuori dalla prigione sotto la pioggia monsonica.

Anna Hazare e la sua protesta in India

Ma chi è Anna Hazare e come mai il governo si è comportato in maniera così maldestra con lui, senza capire quello che esprime il movimento degli indiani contro la corruzione?

Settantaquattrenne Anna Hazare (letteralmente "Fratello Hazare", suo nome completo è Kisan Baburao Hazare), è un ex militare e un seguace di Gandhi, era nato a Bhingar, vicino a Mumbai, nel 1937.

Nel 1962, lui è entrato nel esercito indiano come autista. Nel 1965 durante la guerra con Pakistan, durante un attacco, sono morti tutti gli altri soldati che viaggiavano nel suo camion, e lui era l'unico sopravvissuto del gruppo. Si dice che questo evento l'ha spinto a ragionare sulla vita e sulla morte, e lui ha iniziato a leggere i libri di Vivekanand, un riformatore indù.

In 1978, Hazare fu coinvolto in incidente stradale ma di nuovo riuscì a uscire illeso. Quello stesso anno, lui lasciò l'esercito e decise di dedicare la propria vita al servizio dei più poveri.

Nel 1978, Hazare è tornato al suo villaggio Ralegan Siddhi nello stato di Maharashtra e ha avviato i suoi esperimenti popolari per raccolta dell'acqua piovana, per la salvaguardia degli alberi e della natura, e per le pratiche di agricoltura sostenibile. Nel giro di 10 anni, Ralegan Siddhi, famoso per la siccità e la povertà, è diventato un'oasi verde e Kisan Baburao Hazare è diventato Anna Hazare. I contadini dei villaggi vicini hanno iniziato a venire da lui per adoperare lo stesso miracolo nei loro villaggi.

Anna Hazare e la sua protesta in India

Hazare ha lanciato diverse altre proposte, tra le quali la chiusura dei negozi di alcolici nei villaggi, responsabili della povertà e della distruzione delle famiglie secondo lui. Altre iniziative lanciate da lui comprendono banche dei semi, educazione per le bambine, campagna contro il sistema delle caste, ecc.

Nel 1992, Hazare ha ricevuto Padma Bhushan, il premio civico più alto del governo indiano.

Tra il 1995 e il 2005, Hazare ha lanciato due altre iniziative - prima una campagna contro la corruzione nello stato di Maharashtra e poi la campagna per una legge che garantisce il diritto dei cittadini di avere informazioni sulle attività dei vari uffici governativi. Entrambe le campagne hanno portato all'approvazione di nuovi leggi importanti nello stato di Maharashtra.

Corruzione a livello nazionale: Corruzione e politica sembrano legate da un filo indistruttibile in India. Nonostante questo, i livelli di corruzione negli ultimi anni hanno raggiunto dei livelli mai visti prima. Lo sviluppo economico del paese negli ultimi 2 decenni ha creato nuove opportunità per i politici per intascare somme stratosferiche.

A livello nazionale, anche se il primo ministro Manmohan Singh è considerato una persona onesta, nel suo consiglio di ministri diverse persone sono state oggetto di scandali e il governo non è riuscito a liberarsi di questi personaggi per dei periodi lunghissimi, e ha trascinato queste discussioni per dei mesi.

Se a livello nazionale, il governo del partito di congresso presentava una pessima immagine, in alcuni stati come il Karnataka, anche il BJP, il principale partito di opposizione a livello nazionale, aveva un governo che aveva toccato il fondo per gli scandali. Il primo ministro statale, Yeddurappa ha sfidato l'opinione pubblica per lunghissimo tempo, nonostante le chiare prove della sua complicità nella corruzione, rifiutando di dimettersi.

Tre mesi fa Hazare è arrivato a Nuova Delhi per lanciare una campagna nazionale contro la corruzione. Il paese stanco degli continui scandali, ha trovato un nuovo eroe e improvvisamente Hazare è diventato una forza da far paura alle forze politiche. All'inizio il governo ha cercato di cacciarlo via, ma il crescente sdegno popolare, l'ha costretto a fare una marcia in dietro.

Personaggi come Kiran Bedi (prima donna direttore generale della polizia in India), Baba Ramdev (un'insegnate eccentrico di yoga e di medicine ayurvediche molto popolare per le sue lezioni di yoga sulla TV) sono diventati la squadra di Hazare.

Anna Hazare e la sua protesta in India

Lui chiedeva una legge Lokpal, un'autorità che può giudicare i casi di corruzione tra gli alti ufficiali, i ministri e i giudici. Alla fine, Hazare aveva detto che aspetterà 3 mesi e se il governo non farà una legge adeguata, lui inizierà la sua protesta con digiuno a Nuova Delhi.

Dopo 3 mesi, puntualmente Hazare è tornato a Delhi il 15 agosto. Era il giorno del 65° anniversario dell'indipendenza dell'India e il primo ministro doveva parlare alla nazione. Tutti si aspettavano una sua dichiarazione contro la corruzione invece la sua risposta che corruzione è qualcosa di endemico e non facile da cancellare, ha lasciato tutti delusi.

E' adesso?

La mattina dopo, il 16 agosto alle 7,30 la polizia ha prelevato Hazare dalla casa dove si era fermato e l'hanno portato in prigione. Tutto il giorno, diversi ministri del governo hanno parlato in TV per giustificare imprigionamento di Hazare, dicendo che è una forza non eletta che vuole imporre la sua volontà al parlamento con la forza, che vuole ricattare il parlamento.

Invece tutta l'India si è indignata, "Un vecchio pacifico di 74 anni non può protestare in maniera non violenta e viene messo in prigione mentre quelli che hanno rubato miliardi girano liberi, e il governo lo giustifica?"

I cappelli bianchi come quelli che portava Mahatma Gandhi con sopra scritto, "Anch'io sono Anna" sono diventati il simbolo della protesta e migliaia di persone sono uscite sulle strade. L'eco della protesta è arrivato tra i gruppi degli indiani all'estero e sono nate nuove proteste anche all'estero.

Soltanto alla sera, il governo ha fatto la marcia in dietro e ha deciso di lasciare Anna, ma lui ha rifiutato di uscire dalla prigione, finché il governo gli garantiva la libertà di protestare con il digiuno.

Alla fine, oggi, il 20 agosto mattina, Anna è uscito dalla prigione e ha iniziato la sua protesta affiancato da migliaia di persone. La gente parla di "Agust kranti" (la rivoluzione di agosto).

Personalmente penso che avere un'autorità per vigilare contro la corruzione da sola non cambierà la situazione in India, dove la corruzione è onnipresente anche nelle cose più piccole della vita. Corruzione di questo tipo dipende dalla complicità di tanti e non solo di alcuni capi. Comunque è altrettanto vero che se i leader e i ministri continueranno ad essere i primi esempi di corruzione, il resto del paese non può che seguire questo esempio.

In ogni caso, la protesta di Hazare è riuscita a mobilitare indiani in un modo non visto dagli anni prima dell'indipendenza dell'India. Alcuni giornali indiani hanno chiamato la protesta, "la protesta per seconda indipendenza".

Se questa protesta sarà l'inizio di una riflessione più ampia per ragionare insieme su come rendere il paese meno corrotto e più equo per tutti, la protesta di Anna Hazare avrà un senso. La mobilitazione popolare di questo tipo è un segnale forte per il governo e per i futuri governi - non possono prendere per scontato l'opinione pubblica.

Più di qualcuno è preoccupato che la sconfitta di congresso sarà la scusa per la vincita del partito conservatore induista BJP, sicuramente non meno corrotto, alle prossime elezioni.

Anna e suoi seguaci non hanno voluto bandiere di nessun partito nella loro protesta, vogliono solo le bandiere nazionali e i vari rappresentanti politici dei partiti sono stati mandati via a suon di fischi. Bisogna aspettare e vedere quali cambiamenti porterà questa protesta nel scenario politico indiano.

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giovedì 18 agosto 2011

Io canterò dopo la mia morte

Io lavoro per AIFO, un'associazione che lavora con i malati di lebbra e con le persone disabili. Penso che sia stata una grande fortuna per me poter lavorare per qualcosa che mi appassiona e che mi dà tanta soddisfazione.

Vi presento alcune parole di Raoul Follereau, la persona che ha ispirato AIFO, che spiegano il senso di quello che sento dentro di me:
E' questo l'esempio, questo ricordo vi lascio.
Non avrete bisogno di girare il mondo senza sosta per trovare la felicità .
La vostra felicità e nel bene che farete, nella gioia che diffonderete intorno a voi,
Nel sorriso che farete fiorire, nelle lacrime che avrete asciugato.
Certo la vita quotidiana e difficile, ma essa è giovane e bella per l'eternità.
E poi quando avrete delle difficoltà, dei contrasti,
Ricordatevi che l'importante non è ciò che si raccoglie, ma ciò che si semina,
L'importante non è ciò che si è, ma ciò che si offre.
Siate seminatori d'amore, il mondo vi attende e vi reclama.
Organizzate l'epidemia del bene e che essa contamini il mondo.
Che importano la stanchezza del giorno, l'incertezza del giorno dopo?
Chi combatte per un ideale, anche se vinto, è invincibile.
Il mondo ha fame di grano e di tenerezza.
Lavoriamo! 
Raoul Follereau

lunedì 15 agosto 2011

Il mio cuore dice si

Il ciclo di Bollywood continua con il film "Il mio cuore dice si" (titolo originale "Vivah", di Suraj R. Barjatya, India, 2006)  programmato per il sabato 20 agosto 2011 sera. "Il mio cuore dice si" è un film molto indiano e tradizionale nei suoi valori e tocca il tema dei matrimoni combinati in India.

Vivah - il mio cuore dice si

Spesso le persone in occidente pensano ai matrimoni combinati come qualcosa di negativo, come qualcosa che viene imposto alle persone, negandole la scelta libera del proprio partner. Invece la maggior parte dei giovani in India non vede i matrimoni combinati in questo modo.

Sicuramente quello che aspettiamo dalla vita dipende molto dalla cultura dove cresciamo. La cultura occidentale è molto più individualista dove si impara da quando si è piccoli ad essere autonomi e indipendenti. Per esempio, spesso i genitori vogliono che il loro bambino piccolo si abitui a dormire da solo e non nel letto con la mamma e il papà. Quando le persone crescono, aspettano di trovare la persona giusta che farà scintille nei loro cuori e che potranno amare.

In India, il valore principale che percepisci da quando sei piccolo è che sei parte di una famiglia, in caso di bisogno la famiglia si occuperà di te, ma anche quando la famiglia avrà bisogno, sarà il tuo dovere pensare alla famiglia. Nello stesso modo impari da quando sei un bambino che quando arriverà il momento la tua famiglia cercherà il tuo compagno di vita, potrai dire le tue opinioni e decidere chi ti piace e poi amerai quella persona.

E' vero che anche India sta cambiando, e spesso anche in India, sopratutto nelle città, i giovani vogliono sposare per amore, ma ancora oggi, spesso individualismo si mescola con le tradizionali e si cercano di salvaguardare alcuni aspetti della propria cultura mescolando con altri aspetti più occidentali.

Comunque, penso che il film, "Il mio cuore dice si" vi farà capire molto di più su come funzionano i matrimoni combinati, più di qualche spiegazione teorica.

Trama del film: Prem (Shahid Kapoor) è un manager e appartiene ad una famiglia ricca, a Nuova Delhi. Suo padre (Anupam Kher) vuole cercare una moglie con i valori tradizionali per Prem e gli chiede di andare a vedere Poonam (Amrita Rao), la nipote di un suo vecchio amico, Krishna Kant (Alok Nath) di una famiglia molto più modesta che vive a Mathura, una piccola cittadina non molto lontana da Delhi.

Vivah - il mio cuore dice si

Prem è un po' scettico che una ragazza così semplice gli piacerà ma comunque accetta la proposta di suo padre per andare a casa di Poonam.

Poonam aveva perso i genitori quando era piccola ed è cresciuta a casa di suo zio. A casa di zio ci sono anche la zia Rama (Seema Biswas) e la loro figlia Rajni (Amrita Prakash). Rajani è meno bella e meno brava a scuola di sua cugina, ma entrambe si vogliono bene come due sorelle. Invece zia Rama è un gelosa della nipote di suo marito.

Prem resta folgorato da Poonam e subito accetta la proposta del matrimonio. Anche lui piace a Poonam. Cosi il loro matrimonio non ha più ostacoli.

Poco alla volta i due iniziano a conoscersi meglio ed a innamorarsi. Rajni è felice per la sua cugina ma zia Rama si sente ancora più frustrata perché Poonam è riuscita ad avere uno sposo di una famiglia così ricca. Più il giorno del matrimonio si avvicina, più la zia Rama diventa polemica e aggressiva.

Il giorno del matrimonio, un fuoco divampa in casa e Rajni rischia di morire bruciata. Poonam sfida la morte per salvare la cugina e finisce con gravi ustioni. Ma Prem vorrà sposare una ragazza resa deforme dalle cicatrici delle ustioni?

Vivah - il mio cuore dice si

La casa di produzione Rajshri: Il film è stato prodotto da Rajshri, una casa di produzione dei film molto particolare di Bollywood.

La casa di Rajshri è nata nel 1947, l'anno dell'indipendenza dell'India, creata da Tarachand Barjatya, un seguace di Mahatma Gandhi. Negli sessanta anni della sua esistenza, loro sono rimasti fedele ad alcuni principi - esaltare i valori tradizionali indiani con dei film senza violenza e senza nudità, con delle storie semplici raccontate spesso con gli attori nuovi.

Così Rajshri productions ha presentato alcuni dei film più importanti del mondo di Bollywood - Dosti (Amicizia, 1964), Uphaar (Regalo, 1971), Chitchor (Rubacuori, 1976), Dulhan wohi jo piya man bhaye (Sposa sarà quello che piace al ragazzo, 1977), Maine Pyar Kiya (Mi sono innamorato, 1989) e Hum aap ke hain kaun (Chi sono per te?, 1994).

Alcuni degli attori più importanti di Bollywood, come Salman Khan a Madhuri Dikshit e Amitaabh Bacchan, hanno iniziato le loro carriere o il loro primo film importante con il Rajshri films.

Suraj Barjatya, il figlio del patriarca e fondatore Tarachand, ha iniziato a lavorare come regista nel 1989 con Maine Pyar kiya (Mi sono innamorato) nel 1989 e il film è stato un grande successo commerciale.

Il suo secondo film come regista, Hum aap ke hain kaun (Chi sono per te) nel 1994 è stato il primo film di Bollywood a trovare il successo in tutto il mondo ed è stato il più grande successo commerciale di Rajshri. Ricordo di aver visto questo film a Georgetown in Guyana, più di anno dopo che era uscito, e la sala era tutta piena. Alcuni teatri hanno continuato a proiettare questo film senza interruzioni per più di 3 anni.

In qualche modo, il grande successo di questo film è diventata la maledizione della casa di Rajshri.

"Hum aap ke hain kaun" presentava la storia di un matrimonio combinato. Molti critici l'avevano criticato come "un video di un matrimonio indiano che dura 3 ore" e il film aveva 22 canzoni. Purtroppo, dopo questo film, sembra che la casa di Rajshri non riesce a trovare altri soggetti per i loro film se non il tema del matrimonio combinato.

Penso che "Vivah" (letteralmente "Matrimonio" con il titolo italiano "Il mio cuore dice si") programmato per il 20 agosto sia riuscito meglio di diversi altri film girati da Casa Rajshri negli ultimi 10 anni, grazie sopratutto ai due attori principali - Shahid Kapoor e Amrita Rao. Immagino che per qualcuno, il film sarà troppo dolce, un po' come i dolci indiani che hanno tanto zucchero, ma se vi piacciono i film romantici, non resterete delusi.

Il film ha una delle mie attrice preferite di Bollywood, Seema Biswas, nel ruolo della cattiva zia Rama. Penso che sia una delle attrice più brave di Bollywood e che è un vero peccato che non trova ruoli migliori per il suo talento. Forse qualcuno di voi la ricorderà con la vedova Shakuntala nel film di Deepa Nair, Water (Acqua), quella che alla fine del film porta la bambina al treno di Gandhi.

Oltre ad essere una casa di produzione dei film, Rajshri è anche un'agenzia di distribuzione dei film e dei telefilm. La buona notizia è che tutti i film (e alcuni telefilm) di Rajshri sono disponibili online gratuitamente e se volete, possono essere scaricati a prezzi veramente modici - purtroppo solo alcuni di loro hanno i sottotitoli in inglese.

Per esempio, al sito di Rajshri, potete guardare il mitico "Hum aap ke hain kaun" con i sottotitoli in inglese (durata totale 3 ore e 18 minuti).

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domenica 14 agosto 2011

E' Tempo di sognare - sogno di studiare

Non avevo visto prima il film di ieri, "E' il tempo di sognare" (titolo originale "Nanhe Jaisalmer" di Samir Karnik, India, 2007) per cui non so quali scene del film hanno tagliato nella versione italiana.

Penso che la parte più bella del film era la sua ambientazione nella città di Jaisalmer, in mezzo al deserto di Thar nello stato di Rajasthan in India, con i suoi belli palazzi e templi, i suoi cammelli e le sue persone con i loro vestiti colorati.

I film che parlano di grandi questioni sociali possono scegliere un modo realistico di far vedere i problemi, ma in questo modo, i film sono più come dei documentari e spesso non riescono ad attirare il grande pubblico.

Nanhe Jaisalmer - E' tempo di sognare

Per questo motivo, qualche volta i film che parlano di grande questioni sociali, scelgono un modo fiabesco di raccontare la storia, dove la realtà è addolcita e abbellita con le fantasie. Così il grande pubblico li può guardare senza sentire troppo l'angoscia delle situazioni reali che le persone affrontano nelle loro vite. Anche "E' il tempo di sognare" sceglie questa seconda via per raccontare il problema del lavoro minorile e la mancanza di educazione in molte parti dell'India.

Il film racconta la storia di Vikram Singh(interpretato da Dwij Yadav per la maggior parte del film, e da Vatsal Seth, nelle parti del film dove è un adulto) chiamato anche Nanhe Jaisalmer (Piccolo Jaisalmer) dai parenti e dagli amici. A casa, Nanhe ha sua mamma (Prateeksha Lonkar) e sua sorella Suman (Rushita Singh). Il quartiere di Jaisalmer dove abita Nanhe, è popolato da alcuni suoi amici piccoli e altri adulti, tra i quali lo zio Khema ji  che ama i sorsi di alcol (Sharat Saxena) e suoi amici Jassuji (Vivek Shaq) e Dhurjan Singh (Rajesh Vivek).

Nanhe lavora come una guida turistica e trasporta i turisti in giro sul suo cammello Raja. E' un ragazzo molto sveglio e capisce parole di 4 lingue diverse, ma è analfabeta. E' anche un grande fan di un attore di Bollywood - Bobby Deol.

Madam (Beena Kak), una ricca signora che abita in un antico palazzo, organizza lezioni serali di alfabetizzazione, vuole che Nanhe frequenti la sua scuola, per poi un giorno andare alla scuola vera, ma Nanhe non ne vuole sapere e preferisce andare a vedere i film e a masticare tabacco con gli amici, affinché un giorno incontra il suo idolo Bobby Deol e Bobby diventa lo stimolo per il suo cambiamento.

Dal punto di vista visivo, penso che il film si presentava molto bene e anche Nanhe (Dwij Yadav) era simpatico, anche se un po' troppo precoce come bambino con un modo di parlare non sempre adatto ai bambini. Gli altri attori, sopratutto Prateeksha Lonkar nel ruolo della mamma e Rushita Singh nel ruolo della sorella maggiore, non erano male.

Ma dal punto di vista della trama il film aveva alcuni buchi - far vedere una famiglia non poverissima, ma che può permettersi una vita dignitosa, dove la ragazza ha frequentato la scuola e il maschio non frequenta la scuola ma invece lavora, sembrava non molto credibile. In India spesso succede il contrario - i maschi frequentano la scuola mentre le femmine devono lavorare.

Anche la scena dove la famiglia di un possibile sposo per Suman viene a casa per vederla non era molto realistica perché loro non fanno nessuna domanda alla ragazza, non chiariscono niente prima di annunciare che Suman va bene come sposa per il loro figlio. Vi erano tante altre piccole cose simili, che rendevano la sceneggiatura un po' superficiale.

La figura del Madam (Geeta Kak), la signora benestante che insegna, sembrava essere modellata sulla figura di Gayatri Devi, la regina madre di Jaipur scomparsa alcuni anni fa, nel suo modo di vestirsi e di parlare.
Nanhe Jaisalmer - E' tempo di sognare

Per me, il buco più grande nella storia del film era far vedere che l'incontro con Bobby Deol era tutta una fantasia. Penso che sia poco credibile come succedeva nel film che in alcune scene il ragazzo non fantasticava solo sulla figura di Bobby Deol ma immaginava tante altre persone che gli stavano intorno, compreso le riprese di un film.

Per quanto riguarda la conversione del film in italiano, penso che l'episodio legato alla vendita del cammello poteva essere spiegato un po' meglio perché così come è stata presentato, non si capiva cosa era successo e perché.

Inoltre, la pronuncia di alcune parole indiane - sopratutto il nome di Nanhe stonava (nel film suonava come "nané" invece di "Nan - hé"). Inoltre la pronuncia del alfabeto indiano poteva essere migliorata, anche se è vero che diversi suoni usati in hindi mancano in italiano.

Tra le canzoni del film, che non conoscevo prima, mi è piaciuto di più quella che riprendeva alcuni versi di una canzone folkloristica molto popolare della zona, cantato dal vecchio musicista nel film, "Kesariya balama more, padharo mharo des" (Amore mio color zafferano, vieni nel mio villaggio - qui la parola zafferano è sinonimo di bellezza, un po' come dire "amore mio latte e miele").

In generale non mi piace Bobby Deol. Devo ammettere che in questo film non era troppo male e in alcune scene era quasi simpatico.

Non sono proprio convinto del messaggio finale del film che per i bambini poveri che non frequentano la scuola, è solo una questione della loro mancanza di interesse nello studio.

Penso invece che per molti bambini, la povertà è una grande barriera che non permette a loro di frequentare la scuola. Ignoranza dei genitori potrebbe essere un'altra causa importante.Nel film vi erano diversi bambini che lavoravano invece di studiare, ma film non parla di altri a parte Nanhe, e non approfondisce se anche gli altri bambini potevano avere accesso alla scuola e come?

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Shammi Kapoor

Stamattina è morto l'attore Shammi Kapoor. Aveva 79 anni e il suo vero nome era Shamsher Raj Kapoor. Era figlio dell'attore Prithviraj Kapoor, fratello di altri due attori famosi degli anni sessanta e settanta - Raj Kapoor e Shashi Kapoor, ed era sposato con l'attrice Geeta Bali. Altri membri di questa famiglia, più conosciuti oggi sono Rishi Kapoor, Ranbir Kapoor, Kareena Kapoor e Karishma Kapoor.

Ero un bambino quando Shammi Kapoor aveva iniziato a lavorare nei film. A quell'epoca, mi piacevano i film seri, e pensavo che lui era un attore frivolo e poco importante. Era solo nel 1966 con il suo film Teesri Manzil (Terzo piano) che finalmente ho iniziato ad apprezzarlo. Shammi era famoso per il suo stile vigoroso di danza che potrebbe essere definito come il stile "trema tutto", e che faceva pensare a Elvis Prestley.

Nel 1974, era uscito il suo primo film come regista, Manoranjan (Divertimento), ispirato dal musical francese Irma la Douce.

Era uno degli primi attori di Bollywood che si interessava di internet. Si era fatto un suo sito web e così mi ero messo in contatto con lui e circa 7-8 anni fa avevamo scambiato qualche email.

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sabato 13 agosto 2011

Rakhi - la festa dei fratelli

Ieri sera ho ricevuto i due "rakhi" mandati dalle mie sorelle per la festa dei fratelli. I rakhi possono essere anche dei fili semplici, sopratutto i fili rossi. Si possono anche comprare o creare dei rakhi più elaborati con le forme dei fiori o con i simboli tradizionali. Per la festa dei fratelli in India che si chiama Rakhi o Raksha Bandhan (letteralmente "Legame della protezione"), le sorelle legano il rakhi intorno al polso dei loro fratelli.

La festa trova maggiore risonanza nel nord dell'India. Nelle città odierne, oramai la festa non è associata a grandi cerimonie. Invece nei villaggi e nelle piccole città la festa viene celebrata con maggiore fervore.

Esiste un'altra festa simile in India - il Bhai Duj (letteralemente "secondo giorno del fratello") che si celebra due giorni dopo la festa della luce (Diwali), quando c'è una nuova luna di due giorni (la notte di Diwali è una notte senza luna). La parte nord ovest dell'India dà più importanza a Rakhi (negli stati di Punjab, Rajasthan, Gujarat, Maharashtra) mentre nel nord est (Uttar Pradesh, Orissa, Bihar) si dà più importanza a Bhai Duj. Comunque oramai le due feste sono celebrate più o meno in tutta India.

Di solito, la cerimonia tradizionale di Rakhi si tiene presto alla mattina dopo che i fratelli e le sorelle hanno fatto il bagno e hanno messo su i vestiti nuovi o almeno i vestiti puliti. Le sorelle più vecchie, iniziano con i fratelli più vecchi. Il maschio si siede su uno sgabello basso con le gambe incrociate.

La sorella si siede di fronte con le gambe piegate, con il piatto di puja (preghiera) nelle mani. Un piatto tipico di puja dovrebbe avere, una lampada, un po' di kumkum (il polvere rosso) con i granelli di riso crudo, il filo o il Rakhi più elaborato, e un po' di dolci.

La sorella prima fa l'aarti (adorazione cantata o parlata con le parole sacre chiedendo lunga vita per il fratello), mentre gira il piatto di puja di fronte al fratello. Poi metto il segno di kumkum e riso sulla fronte del fratello e lega il filo di rakhi intorno al suo polso. Alla fine, gli mette un pezzo di dolce nella bocca.

Graphics on Rakhi designed by Sunil Deepak, 2011

Adesso tocca al fratello. Il fratello dà il suo regalo (vestito, dolci e/o soldi) alla sorella e le rinnova la sua promessa di aiuto e di protezione.

Spesso, finché la sorella non ha legato suo rakhi al polso del fratello, non può mangiare. Quando le sorelle o i fratelli sono sposati e non vivono più nella stessa casa, uno dei due, sopratutto quelli più giovani, vanno alla casa dei fratelli o delle sorella maggiori per completare il rito. Invece se abitano in città diverse, si può anche mandare il rakhi per posta.

Fino ad alcuni anni fa, anche le mie sorelle mi mandavano il rakhi tramite la posta. Invece negli ultimi anni, oramai abbiamo scelto i rakhi virtuali, mandati tramite email, anche perché arrivavano quasi sempre dopo che il giorno della festa era già passato.

Festa per le ragazze: Non esiste una festa proprio uguale per le sorelle. Esiste invece la festa dell'adorazione delle ragazze nubili. Si chiama Kanjak (Offerta dei dolci) e la si celebra l'ottavo giorno della festa di Dusshera o di Durga Puja (il giorno di Ashtami), 22 giorni prima della festa di Diwali.

Per questa festa, le figlie della casa ricevono nuovi vestiti e si invitano loro insieme a tutte le ragazze nubili dei vicini di casa, per mangiare dei dolci e a ricevere regali. Le mamme fanno il loro aarti (adorazione) con il piatto di Puja, esattamente come descritto sopra. Così il giorno della festa, spesso piccoli gruppi di ragazze girano tra le case, passando da una casa all'altra, mangiando dolci e raccogliendo soldi e/o regali.

I miti e la tradizione: Vi sono diverse storie sull'origine della festa di Rakhi nella mitologia indù. Una delle storie più conosciute è l'episodio del poema epico Mahabharata, quando i principi Pandava perdono la moglie Draupadi in una scommessa legata al gioco d'azzardo. I principi Kaurava cercano di spogliarla pubblicamente, e Draupadi chiama il suo fratello Krishna, il quale copre il corpo di Draupadi con un sari senza fine e così salva la sua dignità.

Nel film La sposa dell'imperatore (Jodha Akbar) trasmesso su Rai Uno la scorsa settimana, c'era il complotto di Mahamanga, la balia dell'imperatore, per screditare la nuova regina. Nella scena dove arriva Surajmal, il fratello di Jodha, per incontrarla in segreto, lui le dice di aver ricevuto una sua lettera che chiedeva aiuto insieme ad un rakhi. In questa scena, il  rakhi era per ricordare al fratello la sua promessa per venire in aiuto alla sorella in caso di bisogno.

Comunque, penso che il significato di Rakhi è legato anche al ruolo della donna nelle società patriarcali.

La percezione popolare vede la donna come un soggetto debole che ha il bisogno del suo fratello per proteggerla. Per questo le sorelle legano il rakhi, i talismani per proteggere i fratelli durante le guerre, e i fratelli promettono di proteggerle.

In passato, la festa di rakhi era un modo per tenere i legami tra i fratelli e le sorelle, perché le ragazze sposate diventavano "proprietà" della famiglia dello sposo e potevano avere rapporti con le proprie famiglie soltanto durante alcune feste come il rakhi.

Ma penso che il concetto tradizionale di "protezione" della sorella è legato anche al concetto di salvaguardare "onore" della famiglia per cui bisognava salvaguardarle dagli occhi indiscreti delle persone di caste più basse e di altre religioni.

Oggi le ragazze indiane lavorano, fanno anche poliziotti, marinai e soldati, ma ancora per molte donne in India, i valori della società patriarcale sono una grande barriera.

Amare una persona di un'altra casta o di un'altra religione, è ancora oggi legato a quello che viene chiamato "honour killing" (uccisione per onore). Alle ragazze violentate, si chiede spesso di non parlarne perché denunciando lo stupro rischiano di "infangare il nome della propria famiglia" e di non trovare mariti.

La società tradizionale ha bisogno di superare questi concetti. Per cui penso che Una delle sfide oggi in India è come cambiare i valori tradizionali delle feste come la festa di Rakhi, senza perdere il suo valore di festa e senza negare l'importanza delle tradizioni.

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mercoledì 10 agosto 2011

E' tempo di sognare - Bollywood su Rai Uno

Il prossimo film del ciclo "Stelle di Bollywood" programmato per il sabato 13 agosto sera si chiama "E' tempo di sognare" (titolo originale, "Nanhe Jaisalmer" di Samir Karnik, India, 2007). E' un film con un messaggio sociale - l'importanza dell'educazione per i bambini.

Poster E' tempo di sognare

Ma i film possono veramente influenzare la realtà del mondo? Le risposte a questa domanda variano secondo il tipo di film che avete girato.

Se i film parlano di violenza, stupro, crudeltà, ecc., i loro registi sostengono che i film riflettono la realtà del mondo che ci circonda e non è giusto pensare che solo i film possono influenzare i comportamenti delle persone.

Invece vi sono altri registi che pensano che tramite il cinema si può veicolare dei messaggi per promuovere un cambiamento sociale. Il regista Samir Karnik fa parte di questo gruppo dei registi.

Un altro film di Samir Karnik ("Gara dei Cuori", Titolo originale, "Kyon ho gaya na", India, 2004) era già stato trasmesso nel ciclo estivo di Rai Uno nel 2008.

Dopo diversi film bocciati dal pubblico, finalmente Karnik ha trovato il suo primo successo commerciale in India nel 2011 con il film "Yamla Pagla Deewana".

Invece il film programmato per il 13 agosto, "E' tempo di sognare", era stato rifiutato dal grande pubblico indiano quando era uscito al cinema. Non l'avevo visto, per cui non posso dire molto sul film. Le recensioni indiane del film avevano parlato molto bene di Dwij Yadav nel ruolo di Nanhe (letteralmente "Piccolo"), il bambino protagonista principale del film, un bambino che lavora come guida turistica a Jaiselmer, la favolosa città nel deserto di Rajasthan nel nord ovest dell'India. Nel film, Nanhe è un grande fan dell'attore Bobby Deol, una stella di Bollywood. Il film parla delle fantasie di Nanhe che sogna di incontrare l'attore, e come queste fantasie aiutano il bambino a superare le difficoltà e a studiare.

L'attore Bobby Deol, è un figlio d'arte. Suo padre Dharmendra è stato una degli attori più importanti di Bollywood per circa 30 anni, dagli anni sessanta agli anni novanta. Sunny Deol, altro figlio di Dharmendra ha trovato grande successo come attore dei film d'azione negli anni novanta. Invece Bobby Deol non ha trovato il grande successo come una stella di Bollywood.

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PS: Per ulteriori riflessioni sul film http://awaraghi.blogspot.com/2011/08/e-tempo-di-sognare-sogno-di-studiare.html

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